Sembra opportuno riproporre la sentenza delle SS.UU. Penali del 28/04/2016, ove viene esaustivamente affrontata la questione riguardo ai rapporti tra norme CEDU e diritto interno.

Corte di Cassazione, Sezioni Unite Penali, Sentenza n. 27620 del 28/04/2016

RAPPORTI TRA CEDU E DIRITTO INTERNO – CONDANNA IN APPELLO DOPO ASSOLUZIONE IN PRIMO GRADO – RILEVABILITÀ D’UFFICIO VIOLAZIONE ART. 6 CEDU (MANCATA ESCUSSIONE TESTIMONI)

Nel casus decisus le Sezioni Unite individuavano la questione nei seguenti termini: “Se sia rilevabile d’ufficio in sede di giudizio di cassazione la questione relativa alla violazione dell’art. 6 CEDU per avere il giudice d’appello riformato la sentenza assolutoria di primo grado affermando la responsabilità penale dell’imputato esclusivamente sulla base di una diversa valutazione di attendibilità delle dichiarazioni di testimoni senza procedere a nuova escussione degli stessi”.

Dopo l’analisi degli orientamenti succedutisi in materia (con riguardo anche ai rapporti tra CEDU e diritto interno), le Sezioni Unite enunciano i seguenti principi di diritto: “I principi contenuti nella Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, come viventi nella giurisprudenza consolidata della Corte EDU, pur non traducendosi in norme di diretta applicabilità nell’ordinamento nazionale, costituiscono criteri di interpretazione (‘convenzionalmente orientata’) ai quali il giudice nazionale è tenuto a ispirarsi nell’applicazione delle norme interne”. “La previsione contenuta nell’art. 6, par. 3, lett. d), della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, relativa al diritto dell’imputato di esaminare o fare esaminare i testimoni a carico e ottenere la convocazione e l’esame dei testimoni a discarico, come definito dalla giurisprudenza consolidata della Corte EDU, la quale costituisce parametro interpretativo delle norme processuali interne, implica che, nel caso di appello del pubblico ministero avverso una sentenza assolutoria, fondata sulla valutazione di prove dichiarative ritenute decisive, il giudice di appello non può riformare la sentenza impugnata nel senso dell’affermazione della responsabilità penale dell’imputato, senza avere proceduto, anche d’ufficio, a norma dell’art. 603, comma 3, cod. proc. pen., a rinnovare l’istruzione dibattimentale attraverso l’esame dei soggetti che abbiano reso dichiarazioni sui fatti del processo ritenute decisive ai fini del giudizio assolutorio di primo grado”. “L’affermazione di responsabilità dell’imputato pronunciata dal giudice di appello su impugnazione del pubblico ministero, in riforma di una sentenza assolutoria fondata sulla valutazione di prove dichiarative ritenute decisive, delle quali non sia stata disposta la rinnovazione a norma dell’art. 603, comma 3, cod. proc. pen., integra di per sé un vizio di motivazione della sentenza di appello, ex art. 606, comma 1, lett. e), per mancato rispetto del canone di giudizio ‘al di là di ogni ragionevole dubbio’ di cui all’art. 533, comma 1. In tal caso, al di fuori dei casi di inammissibilità del ricorso, qualora il ricorrente abbia impugnato la sentenza di appello censurando la mancanza, la contraddittorietà o la manifesta illogicità della motivazione con riguardo alla valutazione di prove dichiarative ritenute decisive, pur senza fare specifico riferimento al principio contenuto nell’art. 6, par. 3, lett. d), della Convenzione europea per la salvaguardia dei 19 diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, la Corte di cassazione deve annullare con rinvio la sentenza impugnata”. “Gli stessi principi trovano applicazione nel caso di riforma della sentenza di proscioglimento di primo grado, ai fini delle statuizioni civili, sull’appello proposto dalla parte civile”.

( Testo della sentenza consultabile su
http://www.italgiure.giustizia.it/…/appli…/nif/clean/hc.dll… )

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