Cass. Civ., Sez. I, ord. interloc. n. 9978 del 16/05/2016 

“PUNITIVE DAMAGES” : POSSONO ANCORA RITENERSI CONTRARI ALL’ORDINE PUBBLICO?

La questione rimessa alle Sezioni Unite

In sintesi. La vicenda riguarda la richiesta di delibazione di tre sentenze da parte di una società americana (Alfa) rivenditrice di abbigliamento motociclistico; tra le varie partnership commerciali di quest’ultima, vi era quella con una nota azienda produttrice italiana (Beta, caschi e abbigliamento motociclistico). Durante una manifestazione motociclistica un pilota, coinvolto in un incidente, riportava gravi lesioni. Risultava, in seguito, che la causa dei danni subiti dallo stesso pilota era da ricercarsi nei difetti riscontrati nel casco indossato, il quale risultava essere fabbricato dalla azienda italiana di cui anzidetto, ed immesso nel circuito commerciale americano da importatrice statunitense (Gamma). 

A seguito di instaurato giudizio, l’Autorità giudiziaria della California riconosceva al pilota il diritto al risarcimento dei danni da parte della società produttrice (Beta). Venivano a tal uopo emesse tre sentenze di cui la rivenditrice (Alfa) chiedeva la efficacia ed esecutività nell’ordinamento italiano, nei confronti della produttrice (Beta); tale richiesta veniva avanzata sulla base dell’art. 64 della L. n. 218 del 1995, avendo quest’ultima partecipato al giudizio e riconosciuto l’autorità straniera.

Tra le eccezioni sollevate dalla società produttrice, il punctum pruriens, che ha richiesto la rimessione alle Sezioni Unite, è stato la prevedibilità di danni di natura c.d. punitiva a favore del risarcito; tale categoria di danni (c.d. punitive damages) è caratterizzata dalla sostanziale funzione sanzionatoria nei confronti della condotta del danneggiante, anziché risarcitoria dei danni subiti dal danneggiato. Proprio tale caratteristica, di cui l’abnorme quantificazione del danno ne è indice, rende affette, da contrarietà all’ordine pubblico, eventuali statuizioni che prevedano la corresponsione di danni a titolo punitivo.

A giustificare il diniego del riconoscimento di sentenze straniere, che condannino al pagamento di somme a titolo di danni punitivi, è sufficiente anche solo il dubbio circa la sussistenza di questi ultimi, non bastando la loro eventuale non menzione nella motivazione dell’interessato provvedimento

Dopo un excursus sulla evoluzione del concetto di ordine pubblico (in cui evidenzia come la giurisprudenza recente abbia abbandonato la concezione di ordine pubblico quale clausola di sbarramento alla circolazione dei valori giuridici, facendo invece riferimento ad una concezione internazionale, ricomprendente i principi di un ordinamento interno ma in relazione alle esigenze di tutela dei diritti fondamentali comuni a tutti gli ordinamenti), la Prima Sezione fa notare come non possa ritenersi contrario ai principi di rango internazionale la previsione dei c.d. punitive damages, di origine nord americana, rilevando un eventuale contrasto con l’ordine pubblico solo ove vi sia una reale abnormità nel calcolo del quantum risarcitorio, a prescindere dalla verifica delle lesioni o della sofferenza determinate dall’illecito (in tal senso già Cass. Civ., sent. n. 1183 del 2007). 

La Corte richiama anche la recente decisione delle Sezioni Unite riguardo al danno tanatologico (n. 15350 del 2015); in essa, ricorda la Corte, si specifica come i danni risarcibili siano solo quelli derivanti dalle perdite subite dalla lesione della sfera giuridica soggettiva,e non dell’evento lesivo in se considerato, così affermandosi una sempre più marcata differenziazione tra responsabilità civile e penale, con “obliterazione della funzione sanzionatoria e di deterrenza”, in favore della funzione riparatoria, reintegratoria e consolatoria.

Il dubbio della Corte è se davvero la funzione riparatoria – compensativa sia l’unica attribuibile allo strumento risarcitorio. Ad esempio Cass. n. 7613 del 2015 ha aperto un varco alla riconoscibilità della funzione sanzionatoria, rinvenendo tratti comuni tra punitive damages ed astraintes, queste ultime non contrarie all’ordine pubblico; una funzione che, invero, non era estranea neppure ai lavori preparatori del codice civile, e soprattutto ormai invalsa negli ordinamenti civili transnazionali. La Corte, inoltre, ricorda come già vi siano esempi nel nostro ordinamento di disposizioni che prevedano meccanismi risarcitori a carattere sanzionatorio:

– L’art. 187 undecies, comma 2, D.Lgs. n. 58 del 1998, in tema di intermediazione finanziaria, nei procedimenti penali per abuso di informazioni privilegiate e manipolazioni del mercato, prevede che la Consob può costituirsi parte civile e chiedere la corresponsione di una somma a titolo di riparazione dei danni cagionati all’integrità del mercato;

– L’art. 96, comma 3 c.p.c., in cui si prevede la possibilità, per il Giudice, di condanna al pagamento, per la parte soccombente, di una somma equitativamente determinata, in funzione sanzionatoria per l’abuso del processo;

– L’art. 12 della L. n. 47 del 1958, in materia di diffamazione a mezzo stampa, ove si prevede il pagamento di una somma “in relazione alla gravità dell’offesa ed alla diffusione dello stampato”

Tali questioni hanno indotto la Corte rimettere la questione alle Sezioni Unite.

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