La questione riguardante la possibilità, per il coniuge separato, di costituirsi parte civile nel procedimento penale è stata oggetto di un interessante dibattito giurisprudenziale.
Per rispondere al quesito posto, occorre anzitutto partire dal dato testuale dell’art. 74 del codice di procedura penale, secondo il quale “l’azione civile per le restituzioni e per il risarcimento del danno di cui all’articolo 185 del codice penale può essere esercitata nel processo penale dal soggetto al quale il reato ha recato danno ovvero dai suoi successori universali, nei confronti dell’imputato e del responsabile civile”.

Non vengono quindi posti limiti espliciti alla possibilità di costituirsi come parte civile in un processo penale, né vi sono vincoli legati alla sussistenza di particolari status, poiché la legittimità della domanda si fonda esclusivamente sull’esistenza di un danno arrecato dal reato al soggetto che la propone.

Cionondimeno, come si intuisce, i primi a essere legittimati alla costituzione sono i familiari della vittima del reato, soprattutto se trattasi di un omicidio.
In particolar modo, poi, è il coniuge superstite ad aver diritto a vedere riconosciute le proprie pretese, a motivo del rapporto matrimoniale.

Infatti il matrimonio è un negozio giuridico idoneo a creare un vincolo stabile, certo e duraturo tra due persone di sesso diverso che intendono condividere un medesimo progetto di vita.

Questo genere di vincolo, che è basato sulla coniugalis affectio, fa sorgere determinati effetti giuridici fra i coniugi, che vanno fondamentalmente individuati negli artt. 143, 144, 147 e 148 c.c: coabitazione, fedeltà coniugale, educazione della prole, assistenza morale e materiale, da attuarsi attraverso l’adozione di un regime patrimoniale familiare diverso a seconda della volontà dei coniugi (comunione legale o convenzionale dei beni, separazione legale dei beni, fondo patrimoniale). Per mezzo del matrimonio, infine, si costituisce la famiglia, istituto riconosciuto e protetto dall’art. 29 Cost.

La morte di un coniuge dà pertanto origine ad uno sconvolgimento di tutta la sfera psicologica e ad un mutamento delle prospettive esistenziali e patrimoniali del coniuge superstite, che ha ben motivo di avanzare pretese risarcitorie nell’ambito del procedimento penale a carico del reo.
Sorge a questo punto un interrogativo: può analoga disciplina considerarsi valevole anche nel caso di un coniuge separato, tanto da legittimare, ex. art. 74 c.p.c., la sua costituzione come parte civile?

La risposta, alla luce della giurisprudenza recente, deve essere positiva.

Occorre preliminarmente distinguere gli istituti del divorzio e della separazione.
Infatti il divorzio dà luogo allo scioglimento e alla cessazione degli effetti civili del matrimonio; con esso si attesta che tra i coniugi è venuta meno la comunione spirituale e materiale di vita e che essa non può in nessun caso essere ricostituita.

Al contrario, la separazione non pone fine al matrimonio, né fa venir meno lo status giuridico di coniuge.
Invero, la separazione incide su alcuni effetti propri del matrimonio (si scioglie la comunione legale dei beni, cessano gli obblighi di fedeltà e di coabitazione), mentre altri effetti residuano, pur limitati o disciplinati in modo specifico (dovere di contribuire nell’interesse della famiglia, dovere di mantenere il coniuge più debole, diritto alla successione).

Permangono quindi reciproci doveri e reciproci diritti, anche di carattere patrimoniale (si pensi alla capacità di succedere o alla possibilità di ottenere una pensione di reversibilità), che l’ordinamento attribuisce ai coniugi separati e che possono formare oggetto di una pretesa risarcitoria (v. fra le tante, Cassazione civile, sez. I, sentenza 10 maggio 2013 n. 11226).

La separazione, inoltre, ha carattere transitorio e può sfociare tanto in un divorzio quanto in una riconciliazione, ipotesi quest’ultima per la quale non è richiesta alcuna formalità e che comporta la cessazione degli effetti prodotti dalla separazione stessa (art. 154 c.c.)

La differente disciplina giuridica, d’altronde, non fa che rispecchiare una sostanziale differenza dell’assetto dei rapporti fra coniugi, dal momento che in regime di separazione è ben possibile che fra i coniugi sussistano ancora la coniugalis affectio e un progetto di vita insieme.

Quanto detto è confermato dalla giurisprudenza, in particolare da Cass. civile , sez. III, sentenza 17 luglio 2002 n. 10393, ove la Suprema Corte si è espressa per la risarcibilità del danno subito da una donna separata, a causa della morte del marito:  «Occorre sottolineare che lo stato di separazione personale non è incompatibile, di per sé solo, col risarcimento del danno morale a favore di un coniuge per la morte dell’altro coniuge, dovendo aversi riguardo, oltre che, in generale, alla sua almeno tendenziale temporaneità e alla possibilità, giammai esclusa “a priori”, di una riconciliazione che ristabilisca la comunione materiale e spirituale tra i coniugi e l’ unità della compagine familiare» (Cass. civile , sez. III, sentenza 17 luglio 2002 n. 10393)

Se quindi apparirebbe pretestuosa la costituzione di parte civile presentata dal divorziato, non altrettanto può dirsi con riguardo al coniuge separato.

Sul punto la giurisprudenza si è espressa ancor più chiaramente in tempi recenti, in Cass. civile , sez. III, sentenza 17 gennaio 2013 n. 1025,  nella quale i supremi giudici hanno così argomentato : “Il risarcimento del danno non patrimoniale sotto il profilo del pregiudizio morale può essere accordato ad un coniuge per la morte dell’altro anche se vi sia tra la parti uno stato di separazione personale, purchè si accerti che l’altrui fatto illecito (nella specie il sinistro stradale causa del decesso) abbia provocato nel coniuge superstite quel dolore e quelle sofferenze morali che solitamente si accompagnano alla morte di una persona più o meno cara. La separazione, infatti, in sè e per sè non è di ostacolo al riconoscimento del risarcimento del danno non patrimoniale. E’, tuttavia, necessario dimostrare che, nonostante la separazione, sussista ancora un vincolo affettivo particolarmente intenso, con la conseguenza che l’evento morte ha determinato un pregiudizio in capo al superstite. Anche se non vi era più un progetto di vita in comune, il precedente rapporto coniugale, nonchè la permanenza di un vincolo affettivo (…) legittimano la richiesta di risarcimento” (C.Cass. Sez. III, sent. 1025/2013 , 4.5.1).

La Corte, superando le perplessità che nel tempo si erano formate sul punto, si è quindi pronunciata per l’ammissibilità della costituzione del coniuge separato in qualità di parte civile nel processo penale e lo ha fatto con un dispositivo che ha tutta l’aria di voler dettare le linee guida per la  regolamentazione della materia, subordinando l’ammissibilità della richiesta all’esistenza di un vincolo affettivo fra il coniuge superstite e la vittima, tale da provocare dolore e sofferenza morale.

Di tale vincolo occorre in ogni caso dare opportuna prova, che nel caso di specie è stata rinvenuta nell’esistenza di un figlio e nel fatto che lo stato di separazione aveva avuto inizio da appena un mese, ma sarebbe errato ritenere che si siano voluti stabilire dei requisiti oggettivi.

Nel caso del coniuge separato, stante la già ricordata esistenza di un rapporto giuridico persistente, si ha motivo di ritenere che la prova del vincolo affettivo abbia il fine di evitare costituzioni “di comodo” da parte di coniugi che abbiano oramai abbandonato ogni legame sostanziale con le vittime e che pertanto tale prova non debba sottostare a condizioni eccessivamente esigenti.

Il tenore del dispositivo sembra infatti privilegiare un approccio case by case dove, ricostruita la vicenda storica del rapporto, occorrerà rintracciare l’effettiva sussistenza del legame con tutti i mezzi idonei.

D’altronde non si può concludere diversamente se si considera che il requisito della sussistenza di un vincolo affettivo è oramai largamente utilizzato quale condizione di ammissibilità della richiesta risarcitoria e della costituzione di parte civile, si pensi al caso di Cass. sent. n. 23917 del 22 ottobre 2013, nel quale è stata rigettata la richiesta di risarcimento avanzata dai fratelli della vittima, in considerazione del fatto che fra di essi non era mai esistito alcun tipo di rapporto (circostanza mai negata in giudizio dai ricorrenti).

La centralità di tale requisito ha invero portato in sede giurisprudenziale all’ampliamento del novero dei soggetti che possono aver subito un danno e sono in astratto legittimati a costituirsi parte civile: conviventi, persone anche non conviventi ma legate da un affectio familiaris quali il patrigno, gli affìdatari di un minore, il coniuge iure proprio ecc.

Sul punto sono rinvenibili numerose sentenze, fra le quali vale la pena ricordare le recenti Cass., Sez. IV penale, Sent. 25 maggio 2012, n. 20231; Cass., Sez. III penale, Sent. 11 luglio 2013 n. 29735.

Se quindi l’orientamento dominante esprime un favor impugnationis nei confronti delle situazioni di fatto, a maggior ragione dovrà essere accordata al coniuge separato, che provi la sussistenza di un legame con la vittima, la possibilità di essere risarcito costituendosi parte civile nel processo e di richiedere sia i danni patrimoniali che i danni non patrimoniali, essendo egli titolare sia di una situazione di fatto che di un rapporto giuridico previsto e tutelato dall’ordinamento.

Naturalmente la Corte nella citata Sent. 1025/2013 non ha mancato di evidenziare come la condizione di separazione postula comunque un’attenuazione di tale vincolo, di cui va tenuto debito conto ai fini della determinazione del quantum del risarcimento, che sarà inversamente proporzionale all’intensità della separazione fra i coniugi, ma anche a questo proposito occorrerà far riferimento alle circostanze specifiche che si verificano nel singolo caso.

Gian Marco Pellos

Articolo originariamente pubblicato su “www.thelegaljournal.eu”

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