La vicenda esaminata in Cass., Sez V, n. 20096/2015 del 06/11/2014, depositata il 14/05/2015, trae origine dal ricorso di un soggetto che si era visto sequestrare alcune confezioni di profumi, recanti marchi contraffatti.

Avverso il sequestro, la difesa aveva presentato ricorso per asserita violazione di legge in relazione agli artt. 474 e 517 c.p., nonché per vizio di motivazione.
A suo dire, infatti, il tribunale de quo aveva errato nel ritenere sussistente una contraffazione di marchi tutelati.
Le confezioni incriminate recavano infatti una visibile dicitura che informava sulla reale origine dei beni, prodotti da un’azienda diversa rispetto a quelle detentrici dei marchi apposti sulla confezione.
La stessa dicitura, inoltre, specificava la non ricorrenza di 
“alcun rapporto giuridico/economico” con le aziende proprietarie dei marchi in questione.
A ciò si aggiungeva, sempre a giudizio della difesa, la mancanza di segni che collegassero il profumo in questione a quello prodotto dall’impresa titolare del marchio, il che rendeva impossibile l’integrazione degli elementi del reato ex art. 517 c.p.

Non così hanno ritenuto i giudici della suprema corte, che hanno dispiegato il proprio ragionamento in una sentenza breve ed efficace.
Essi hanno ritenuto che, qualora risulti pacifico che su di un prodotto sia stato apposto un marchio industriale contraffatto, a nulla vale la circostanza che sullo stesso sia stata inserita anche un’informativa che avvisi i consumatori sulla reale origine del bene.
Infatti, secondo gli ermellini, l’utilizzo dell’espediente del “doppio marchio” era  funzionale a sfruttare la nomea e la fama di un brand famoso per catturare l’attenzione dei potenziali acquirenti, andando così a ledere sia la buona fede della generalità dei consumatori sia, in via mediata, l’interesse delle aziende a vedere il proprio marchio associato solo ai prodotti di qualità da esse realizzati.
Certamente, la dicitura e le modalità dell’offerta potevano suscitare un ragionevole dubbio circa la provenienza effettiva dei profumi ma ciò non toglieva nulla all’accertata materialità della contraffazione, anzi semmai confermava il fatto che le confezioni, così prodotte, erano idonee a generare confusione e a trarre in inganno i possibili acquirenti.
Queste le motivazioni che hanno portato al rigetto del ricorso.

Trattasi senza dubbio di un approdo severo ma condivisibile se si considera che la disciplina penale e la legislazione generale in materia di marchi non sono poste a salvaguardia di un mero obbligo formale di informazione ma rispondono in primis all’avvertita esigenza di rendere il consumatore conscio e consapevole di quanto gli viene offerto, in modo che la sua libertà negoziale non venga distorta da messaggi fuorvianti.

Se ne deduce che è sconsigliabile ricorrere ad alcun tipo di espediente atto a travisare la reale natura di un bene commerciato, dal momento che la giurisprudenza tende chiaramente a privilegiare un approccio sostanzialistico e a non concedere spazi di liceità a fattispecie ambigue.

Gian Marco Pellos

Articolo originariamente pubblicato su www.thelegaljournal.eu