Corte di Cassazione, sez. II Pen., ordinanza n. 46868 / 2014

L’introduzione in commercio di oggetti seriali, privi di marchio ma costituenti riproduzione morfologica di oggetti protetti da marchio, integra reato? Quale?
E’ con tale quesito che la seconda sezione penale della Corte di Cassazione, con  ordinanza n. 46868 / 2014, ha interpellato le Sezioni Unite.
L’ordinanza prende le mosse da un giudizio riguardante l’introduzione in Italia di 21.822 peluche che, per aspetto e caratteristiche, risultavano fortemente somiglianti alla “Pantera Rosa”, protagonista dell’omonimo e popolare cartone animato per bambini.
Naturalmente il famoso personaggio costituisce marchio registrato di proprietà Metro Goldwin Mayer e pertanto l’imputato I.C. veniva riconosciuto colpevole, sia in primo grado che in appello, dei reati di cui agli art. 473 e 474 c.p., ossia  “contraffazione, alterazione o uso di marchi e segni distintivi ovvero brevetti modelli e disegni” e “introduzione nello stato e commercio di prodotti con segni falsi”.
Cionondimeno, la vicenda è approdata in Cassazione e in tale sede ha avuto un’evoluzione tutt’altro che scontata.
Davanti ai Supremi Giudici, infatti, la difesa ha avuto buon gioco nell’argomentare che il marchio della Pantera Rosa, di proprietà della Metro Goldwin Mayer, non risulta registrato in Italia.
Altrettanto abilmente è stato sottolineato che il marchio in oggetto è costituito da un complesso bidimensionale, composto di una parte figurativa e una denominativa, mentre il materiale sequestrato è composto da pupazzi tridimensionali, privi di qualsiasi componente denominativa.
Rebus sic stantibus, è corretto parlare di contraffazione e falsificazione?
La vicenda si fa quindi spinosa, soprattutto se si considera che non è la prima volta che la gli ermellini si ritrovano davanti ad una problematica di questo tipo e le risposte fornite nel tempo sono state tutt’altro che coerenti fra di loro.
Se infatti Cass., Sez III n. 26754 / 2001 aveva statuito che il reato di introduzione nello Stato e commercio di prodotti con segni falsi previsto dall’art. 474 c.p. non poteva “avere ad oggetto beni che costituiscono una mera imitazione figurativa di prodotti industriali senza alcun segno distintivo della merce che risulti abusivamente riprodotto o falsificato”, le successive pronunce Cass. sez. V n. 27032/2004 e 25147 /2005 avevano stabilito che non poteva “dirsi estranea alla previsione di cui all’art. 474 c.p., la condotta consistente nella riproduzione e messa in commercio di prodotti seriali riproducenti ancorchè in modo imperfetto, e senza denominazione, un personaggio di fantasia protetto da registrazione”.
Da ultimo Cass. sez V n. 28159/2006 è tornata ad affermare che non può aversi reato qualora vi sia una mera imitazione figurativa di prodotti industriali.
E’ evidente quindi come si sia sviluppato un contrasto fra una lettura formalistica e una lettura sostanzialistica della normativa ed è per questo che saranno ora le Sezioni Unite a stabilire se privilegiare l’una o l’altra.
Non si tratta di questione di poco conto.
Da una parte infatti c’è la necessità di tutelare efficacemente le opere dell’ingegno, evitando che si possa aggirare pretestuosamente e agevolmente il diritto d’autore, dall’altra occorre stabilire un limite chiaro e definito a tale diritto, affinchè non sia ingiustificatamente frustrata ogni iniziativa economica che possa richiamare, anche lontanamente, un prodotto tutelato.
Le conseguenze saranno rilevanti per il mondo del commercio, dove il problema è molto sentito.
Non è raro nella vita quotidiana trovarsi davanti a prodotti che nello stile, nelle forme, nel nome o nei colori, imitano produzioni di maggiore fama, con l’obiettivo sotteso di sfruttarne l’appeal e sviare la clientela.
Si tratta di una pratica estremamente dannosa per sia per i consumatori che per i produttori.
I primi, sia che scelgano i prodotti imitativi perché tratti in inganno, sia che lo facciano per una convenienza di tipo economico, si ritrovano proprietari di un bene privo di quegli standard di sicurezza e conformità che è lecito attendersi dallo stesso.
I secondi invece, vedono i frutti del proprio lavoro minacciati da queste pratiche scorrette, con conseguenti perdite in termini economici, che si tramutano poi in perdite occupazionali.
Una minaccia che è ancora più significativa per quegli imprenditori, fra cui anche moltissimi italiani, che cercano di investire soprattutto nella qualità dei prodotti.
Al riguardo occorre riconoscere che il legislatore sta profondendo uno sforzo considerevole nella tutela del Made in Italy ed anche la Corte di Giustizia dell’Unione Europea si è dimostrata a più riprese sensibile sul punto, riconoscendo l’illegalità delle denominazioni che evocano i prodotti tutelati (vedasi, fra le altre, Sentenza 26 Febbraio 2008 sul cd. “caso Parmesan”).
Non sappiamo se le Sezioni Unite si inseriranno in questo solco ma ad ogni modo, qualunque sarà la decisione, è auspicabile che essa consenta di superare l’ambiguità attuale e fornisca linee guida da applicare nella variegata casistica con cui ci si imbatte nei tribunali nazionali.
Infatti, pur essendo ciascun settore merceologico tutelato da una disciplina normativa ad hoc sia in ambito comunitario che nazionale, nulla vieta di ritenere che le considerazioni che svolgeranno le Sezioni Unite per il marchio registrato della Pantera Rosa potrebbero essere utilizzate anche in relazione ad altri settori quali l’alimentare, la costruzione di macchinari, l’abbigliamento, ecc…
Rimaniamo in attesa.

Gian Marco Pellos

L’articolo è stato originariamente pubblicato sul sito “www.thelegaljournal.eu”.

Share This: