Parcheggio tra auto troppo vicino: è violenza privata

Corte di Cassazione, Sezione V Penale, Sentenza n. 53978 del 30/11/2017

PARCHEGGIO AUTO – INSUFFICIENTE SPAZIO TRA AUTOVETTURE – ART. 610 C.P. – VIOLENZA PRIVATA

“Parcheggiare la propria auto a pochi centimetri dallo sportello, lato guida, della vettura adiacente, così costringendo il proprietario della stessa ad entrare o uscire attraverso il lato passeggero, integra la fattispecie prevista e punita dall’art. 610 c.p. – violenza privata

 Con il provvedimento in epigrafe la Suprema Corte ha confermato la sentenza della Corte d’Appello di Messina (e già del primo grado) per mezzo della quale veniva condannato Tizio per il reato di violenza privata ex art. 610 c.p. «perché mediante violenza consistita nell’uso improprio della propria autovettura, che parcheggiava nei pressi dell’auto su cui sedeva la persona offesa a distanza tale (pochi centimetri) da non consentire al conducente di scendere dal suo lato, costringeva Caio a scendere dall’altro lato della propria autovettura e ad affrontarlo».

Prima di affrontare la questione la Corte ricorda che ai fini della configurabilità del delitto di violenza privata, il requisito della violenza si identifica in qualsiasi mezzo idoneo a privare coattivamente l’offeso della libertà di determinazione e di azione (Sez. 5, n. 8425 del 20/11/2013, Rv. 259052; vedi anche Sez. 5, n. 16571 del 20/04/2006, Rv. 234458 nonché Sez. 5, n. 3403 del 17/12/2003, Rv. 228063).

Con la propria condotta, il ricorrente Tizio, poneva pertanto in essere la fattispecie di cui all’art. 610 c.p., avendo pesantemente condizionato la libertà di autodeterminazione e movimento della persona offesa, la quale era costretta a scendere, dalla propria autovettura, dal lato passeggero.

 

L’art. 610 c.p. (violenza privata) recita testualmente:

«Chiunque, con violenza o minaccia, costringe altri a fare, tollerare od omettere qualche cosa è punito, a querela della persona offesa, con la reclusione fino a quattro anni.

La pena è aumentata, e si procede d’ufficio, se concorrono le condizioni prevedute dall’articolo 339.

Si procede in ogni caso d’ufficio se il fatto è commesso a danno di minore o di persona in stato di infermità o deficienza psichica. Si procede d’ufficio altresì se ricorrono circostanze aggravanti ad effetto speciale».

La condotta incriminata è l’uso della violenza o della minaccia per costringere altri a fare, tollerare od omettere qualcosa.

Violenza e minaccia sono da intendersi in senso ampio, essendo tutelata la libertà morale della persona.

La violenza ricomprende, infatti, azioni non soltanto fisiche – in via diretta o indiretta –  contro la persona offesa (violenza propria), ma anche qualsiasi altro mezzo idoneo a coartare la volontà della vittima (violenza impropria);

la minaccia fa riferimento alla prospettazione di un male ingiusto il cui verificarsi dipende dalla volontà dell’agente.

Il reato di cui all’art. 610 c.p. è assorbito in tutte le fattispecie in cui la violenza è elemento costitutivo o circostanza aggravante, e differisce dall’esercizio arbitrario delle proprie ragioni (ex artt. 392 e 393 c.p.) a causa del diverso elemento intenzionale dell’agente, il quale, nell’ultimo caso, agisce secondo la convinzione che l’oggetto della pretesa gli competa giuridicamente.

In tema di violenza privata connessa a condotte riguardanti la guida di autoveicoli, la Corte di Cassazione si è già più volte espressa; ex plurimis  possono ricordarsi:

  • Cass. Pen. 17794/2017, secondo cui parcheggiare in spazi appositamente adibiti e riservati a persone disabili è punito ex art. 610 c.p. e 158 Codice della Strada («quando lo spazio è espressamente riservato ad una determinata persona, per ragioni attinenti al suo stato di salute (come non si contesta essere avvenuto nel presente caso specifico), alla generica violazione della norma sulla circolazione stradale si aggiunge l’impedimento al singolo cittadino a cui è riservato lo stallo di parcheggiare li dove solo a lui è consentito lasciare il mezzo»);

 

  • Cass. Pen. 33253/2015, in tema di sorpassi pericolosi, dalla Corte configurati come condotta integrante il reato di violenza privata («risponde di violenza privata colui che nella circolazione stradale compie deliberati atti emulativi tali da interferire consistentemente nella condotta di guida di altro utente della strada, costringendolo a determinarsi in modo diverso dal proprio volere (Cass., 11.11.1988, n. 10834; Cass., 3.10.1989, n. 13078)»).

 

 

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